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Roberta Antignozzi

E’ stata una quarantena difficile, anche se lei sorride e fa: «Ho lavorato a ritmi serratissimi. A distanza ovviamente, per tenere le mie ragazze impegnate e sul pezzo». Roberta Antignozzi, tecnico delle giovanili del Milan (nella stagione appena conclusa ha guidato le Esordienti, ndd), racconta per noi il momento che sta attraversando il calcio giovanile femminile e si dice soprattutto molto fiduciosa per il futuro.

Roberta Antignozzi: “Le società professionistiche possono dare grande contributo per lo sviluppo del calcio femminile”

«Il mio punto di vista è spostato chiaramente sulle società professionistiche, e posso dire che rispetto agli ultimi anni il livello si è alzato moltissimo. Anche fra i professionisti, una partita di Giovanissime di cinque anni fa, si giocava a ritmi totalmente diversi. E’ qui che si sta facendo la differenza – prosegue Roberta Antignozzi – si insegna alle bambine a giocare con intensità, ritmo e anche nella tecnica si chiede loro per esempio, di giocare il pallone forte. Di pensare e scegliere velocemente la giocata da effettuare».

«Questo va a vantaggio loro e della godibilità del gioco, che è più veloce, piacevole e soprattutto più vicino agli standard europei. E in questo, chiaramente, le società professionistiche possono dare un grande contributo. Perché mettono a disposizione strutture all’avanguardia, staff tecnici e atletici completi, staff medico sempre presente. Poi è chiaro che sono state le società dilettantistiche a dare il via a tutto quanto, e di questo gliene va sempre reso merito. Però le possibilità economiche e organizzative delle società professionistiche possono portare il calcio femminile ad un altro livello».

Roberta Antignozzi: “Le giovani di oggi porteranno il calcio femminile ad un altro livello”

E il lavoro comincia, finalmente, soprattutto con le più piccole: «Ho partecipato a tre anni di fila alla Danone Cup (torneo riservato alle Under 12, ndd) e giocato due volte le fasi finali, e nel corso degli anni ho visto miglioramenti costanti da parte di tutte le squadre. Segno che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Io sono sicura che queste bambine, quando arriveranno a 16-17 anni e giocheranno nelle prime squadre, saranno ad un livello molto alto, perché avranno alle spalle anni e anni di settore giovanile professionistico. Sia soprattutto dal punto di vista tecnico ma anche di quello atletico. Adesso vedo delle bambine giocare e dico fra me e me “Mamma mia”».

«C’è ancora tanto lavoro da fare, questo sia chiaro, però il calcio femminile giovanile sta facendo passi da gigante. E le società dilettantistiche, spinte dalla competizione, cercano di tenere il passo e questo non può che andare a beneficio di tutto il movimento».

«Con l’arrivo nelle prime squadre delle 2004-2005-2006 il livello del nostro calcio femminile cambierà tantissimo. Ne ho viste tante, non solo nel Milan, che ti fanno veramente stropicciare gli occhi dalle potenzialità che esprimono. Quindi dobbiamo continuare a lavorare, e sono sicura che nel giro di quattro-cinque anni si vedranno i primi frutti del lavoro che stiamo facendo adesso e vedremo qualcosa di completamente diverso».

Intensità e vita da atleta: la ricetta vincente

E non si tratta solo di un problema atletico, quello per esempio della competizione con le grandi d’Europa: «No, infatti. Anche a livello tecnico e cognitivo – continua Antignozzi – si stanno facendo grandi progressi negli ultimi anni perché gli studi sono incrementati. C’è più conoscenza della materia e quindi si può agire su più fronti».

«L’approccio è cambiato: vogliamo creare calciatori e calciatrici “pensanti” e che sappiano osare e scegliere. Perché non basta pensare la giocata, bisogna sceglierla e rischiarla. E in allenamento dobbiamo creare più situazioni possibili, tutte quelle che si possono ripresentare in partita, lavorando per principi. E si cerca di far giocare il più possibile con entrambi i piedi. Prima non era considerato fondamentale, avere un piede buono era sufficiente. Oggi no, e garantisco che le bambine di 10-11 anni di adesso giocano a due piedi. Tutte quante».

«Per quanto riguarda invece l’aspetto atletico, non è che sia una questione secondaria, ma quello si è sempre curato. Ora si cerca di focalizzarsi sull’intensità, sulla velocità con la palla. E se ci si abitua in allenamento ad andare a tremila all’ora con il pallone, si può stare certi che le ragazze lo faranno anche in partita.
Una volta, forse, non era ben chiaro il concetto che per essere una buona calciatrice si doveva essere una buona atleta. Ora, l’aspetto atletico e la cura della propria forma fisica è aspetto preponderante dell’attività calcistica. Non si può essere calciatrice di livello se non si ha un fisico curato e non si conduce una vita da atleta».

«In questi anni ho coniato un hashtag, #Eccellereèunascelta, che è poi diventato il motto di tantissime mie allieve, attuali e non solo. Noi donne spesso cerchiamo la perfezione, senza trovarla perché di fatto non esiste. Non si può essere perfetti, ma si può eccellere. Come? Scegliendo di fare tutto al meglio delle proprie possibilità, senza fretta ma senza sosta. E le “mie” ragazze ne hanno fatto uno stile di vita, “traslandolo” anche negli studi sotto forma di tesine d’esame e altro».

La crescita del calcio femminile passa dall’aumento dei numeri

E in tutti questi discorsi, il “convitato di pietra” è sempre lo stesso: il numero delle praticanti. Non c’è dubbio che con una quota di praticanti più alta, il gioco non può che beneficiarne: «I numeri aiutano in tutto, è chiaro – risponde Roberta Antignozzi -. Però è solo una parte dell’equazione: se ho cento tesserate ma le sottopongo a una tipologia di allenamento antiquata e non professionalizzata, di certo non ottengo i risultati sperati».

«Quindi la capacità degli istruttori è fondamentale. Anche nel coinvolgere le ragazze: io durante la quarantena mi allenavo come una matta, registravo i video e li mandavo loro, creando una sorta di campionato con i punteggi. Per stimolarle e anche un po’ sfidarle, perché la competizione è un aspetto fondamentale. E il riscontro che ho ottenuto è stato incredibile: tante delle ragazze, in questi tre mesi, hanno migliorato tantissimo le loro performance e la loro forma fisica. La volontà è l’arma vincente, e stimolarla è il compito degli istruttori».