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Poche settimane fa, al momento di annunciare la sospensione delle attività, abbiamo scritto che lo
sport ha un valore terapeutico, per il corpo e per le emozioni, e che presto sarebbe tornato a
essere importante nelle nostre vite.
Nei giorni successivi, questa crisi ha portato rinnovati interrogativi sulla fragilità di ognuno di noi e
dei nostri modi di stare insieme, di abitare il Pianeta, di produrre ricchezze.
Lo sport è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per fare i conti con le fragilità ed è
questo il motivo per cui occorre dare massima considerazione ai dibattiti su quando e,
soprattutto, su come ripartiranno le attività sportive.
Le risposte non sono scontate. Per decidere date e modalità della ripartenza ci sembra che ci sia
una grande scelta preliminare da compiere: qual è la funzione che vogliamo assegnare allo sport
in questa ripartenza? Vogliamo rilanciare il suo lato legato allo show-business o vogliamo
utilizzare il suo valore terapeutico?
Milena Bertolini, il nostro commissario tecnico, ha da poco affermato: “Il problema di recessione
economica riguarderà tutto il Paese. Ci sono situazioni difficili, persone che perdono il lavoro,
fabbriche che chiudono. Si ripartirà con valori diversi e priorità diverse. Il calcio dovrà farsi delle
domande”.
A nostro modo di vedere, la domanda principale è questa: in che modo il calcio può dare il suo
contributo ad accompagnarci in questo scenario di fragilità? Come può essere parte di
un’esperienza di recupero di serenità, equilibrio, forza interiore?
Lo sport, quando non perde i suoi valori ispiratori, è la storia della lotta umana contro i propri
limiti. E gli sport di squadra sono l’esperienza di una dipendenza reciproca che, trasformandosi
lentamente in solidarietà, diventa forza collettiva. Ci vuole tanto tempo passato in campo per
riuscire a regalare a un giovane o a una giovane atleta l’emozione di far parte di qualcosa di più
forte di un singolo “io”. Ma quando ciò riesce, quel che si guadagna è indimenticabile.
Ad alti livelli, il mondo del calcio non sembra l’ambiente più adatto per vivere un’esperienza di
gruppo. La cultura che pervade il nostro sport celebra le grandi gesta individuali, esalta i record
personali, gli atteggiamenti egoistici più che la costruzione di una comunità.
Un grande allenatore di basket, Phil Jackson, che ha allenato Michael Jordan e Kobe Bryant, nella
sua autobiografia ha scritto: “Oggi il basket è diventato un business da svariati milioni di dollari,
con appassionati in tutto il mondo e una sofisticata macchina mediatica che trasmette ogni
avvenimento che succede in campo e fuori, 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Purtroppo,
l’effetto collaterale che ne deriva è un’ossessione indotta dal marketing verso lo star-power, che
pompa gli ego dei giocatori e fa passare in secondo piano l’unica cosa che avvicina la maggior
parte della gente alla pallacanestro: la bellezza intrinseca del gioco”.
Per il calcio le cose appaiono molto simili.
Cosa possiamo fare, noi che come movimento femminile siamo gli ultimi arrivati nel “grande
calcio”?
Dobbiamo acquistare la consapevolezza che il calcio femminile possa portare un contributo
dirompente al dibatto, in virtù delle sue caratteristiche più intime.
Siamo una storia di determinazione, di rottura di barriere e di pregiudizi, di attenzione alla
dimensione collettiva, di rispetto sostanziale per i diversi percorsi umani, di spazi conquistati. A
misura di donna e uomo. Chiunque si ferma pochi minuti in un campo di calcio femminile si
accorge subito di assistere a un incontro, non a uno scontro.
In poche parole, rappresentiamo i valori di cui sempre più appassionati e appassionate di sport
sussurrano di star cercando, sognando un calcio capace di accompagnarci oltre i nostri limiti e di
rinnovare i fondamenti del vivere comune.
I campionati di calcio femminile sono bellissimi. Ci sono i Club che hanno fatto la storia del calcio
italiano e ci sono storie diverse, che vengono dal passato eroico del calcio femminile e che
rappresentano una grande ricchezza da non disperdere.
Essere consapevoli di avere tanto da dare all’intero mondo del calcio significa fare delle scelte
coraggiose: discutere delle regole e dei valori per proporre dei campionati aperti, sorprendenti,
dove accanto alla forza economica sono maggiormente premiate la qualità e la pazienza del
lavoro.
Trovando delle formule che, pur non penalizzando le nostre ambizioni nelle coppe europee,
operino per non rendere incolmabile il divario tra le squadre, favorendo l’imprevedibilità e la
progettualità. Quello che conta è proporre dei campionati capaci di comunicare con forza una
differenza, un’etica, una visione del mondo. Campionati che non siano la brutta copia del calcio
maschile, ma che entusiasmino per la loro specificità. Un calcio che aspiri a cose più grandi di
quelle abituali, come l’immersione nella bellezza del gioco, la formazione e la personalità.
Questa crisi ha reso preoccupanti le prospettive per molti Club. Milena Bertolini, con rammarico
ma senza puntare i piedi, si è detta consapevole che questa situazione potrebbe inoltre frenare la
strada del calcio femminile verso maggiori garanzie per la salute e la carriera delle atlete.
Noi pensiamo che sia nostro compito immediato:
1) Naturalmente subordinare qualsiasi ragionamento al senso di responsabilità verso la salute e la
solidarietà nei confronti della forte sofferenza del Paese. Dobbiamo mostrare che il calcio
femminile è capace di rispondere eticamente alle condizioni di dolore generale, condividendo i
sacrifici;
2) Assegnare la priorità degli sforzi a non lasciare indietro nessuno, consentendo a ogni Club di
operare in regime di chiarezza rispetto ai prossimi mesi e recuperando nel più breve tempo
possibile la sostenibilità economica necessaria a portare avanti tutti i progetti sportivi che
compongono il nostro mondo, oggi seriamente in difficoltà;
3) Dopo aver registrato i primi due punti con scelte responsabili e tempestive, ci sembra doveroso
rilanciare sul tema dei diritti delle calciatrici. Ma per raggiungere tale scopo è necessario compiere
un grande sforzo unitario per affermare il calcio femminile come uno straordinario contenitore di
valore, e trovare così dei compagni di strada, dei partner, che sostengano i nostri programmi. E’
necessaria, cioè, una grande e coordinata operazione di narrazione.
Ci siamo trovati sempre molto bene alle riunioni della neonata Divisione Calcio Femminile. Sono
stati momenti di discussione dove è sempre prevalsa la voglia di marciare uniti, di non produrre
rotture, di tenere dentro anche le posizioni minoritarie. Un clima fedele ai principi di lealtà,
correttezza e probità che sono alla base della nostra Federazione.
Il punto è che ci sono tutte le premesse per produrre qualcosa di straordinario. In Italia oggi
abbiamo poco più di 26.000 tesserate alla FIGC. A condizione che i nostri stadi, le nostre scuole
calcio, i nostri settori giovanili, si concepiscano come agenzie formative, tra dieci anni potrebbero
essere dieci volte tante. Abbiamo davanti a noi dei margini di sviluppo che nessuna altra disciplina
ha e che ci potrebbero garantire soddisfazioni enormi anche a livello internazionale.
Ma ora, rimandando un istante le fantasie sul futuro, ci interessa cercare di capire cosa, del nostro
passato, dobbiamo portare con noi nel nuovo mondo.
Siamo partiti dal nostro ambiente, da San Gimignano, e abbiamo chiesto alle nostre giocatrici di
raccontarci le loro storie, vittorie e delusioni che hanno segnato la loro vita di calciatrici e di
donne.
Frammenti autobiografici, che nello stesso tempo siano capaci di spiegare le condizioni particolari
in cui un’atleta di alto livello si è trovata a vivere il proprio percorso calcistico, in Italia negli anni
90 e 2000.
Una storia dopo l’altra, a partire da domani con i primi racconti di Giulia Domenichetti sull’epopea
della Sassari Torres, ogni pomeriggio alle 18:00 sui nostri canali social.
Ma è un invito che facciamo a tutto il nostro mondo: raccontiamoci, raccogliamo le nostre storie,
le nostre fotografie, i nostri video, perché piano piano, pezzo dopo pezzo, dobbiamo comporre
una storia del calcio femminile italiano che ancora manca e su cui c’è sempre più curiosità. Non
per riempire volumi di ricordi, ma per usarli come anticipazione di un calcio più umano e attento.
Oggi intanto vi proponiamo una straordinaria foto scattata da Pino Nardone dopo Florentia San
Gimignano – Juventus. A fine partita, Laura Giuliani, portiere della Juventus e della nazionale
italiana, sta chiacchierando con Tamar Dongus, il nostro capitano, togliendo il fango dalle scarpe
alla fontanina.
Non è facile immaginare un modo diverso di vivere il calcio ad alti livelli. Eppure lo dobbiamo fare.
#lepiùbellestoriedelcalciofemminile

 

 

Ufficio stampa Florentia