SHARE
calcio femminile

L’effetto Mondiale 2019 è già finito? Probabilmente. E di quel Juventus-Fiorentina allo “Stadium” con 40mila persone? Sicuramente. Il calcio femminile di vertice con i professionisti, messo di fronte al primo, vero, banco di prova per valutarne la compattezza e la maturità è naufragato. Sciolto come un ghiacciolo al sole. Letteralmente evaporato. La Serie A femminile si è fermata, ma i motivi validi mancano.

Stop alla Serie A femminile: la Figc non ha colpe (stavolta)

Tante volte ho criticato l’operato della Federazione e della Lega Nazionale Dilettanti nella gestione del movimento in rosa italiano: poco incisiva, poco coraggiosa. Ma stavolta non mi sento proprio di incolpare la Figc per aver semplicemente messo nero su bianco quello che le società e soprattutto le calciatrici avevano deciso il giorno prima.

Le società di calcio femminile di vertice: miopi ed egoiste

Da un lato, appunto, le società: la presidente della Divisione femminile Ludovica Mantovani si è presentata ieri in Consiglio federale a mani vuote, nel senso che le “12 sorelle” della Serie A Femminile non si sono messe d’accordo sulla possibilità o meno di riprendere la stagione a luglio (ricordiamo che mancavano sei partite più il recupero di Fiorentina-Milan, ndd). Che fare una sintesi fra interessi diversi fosse difficile ci eravamo abituati ma qui si trattava di dare un segnale chiaro a tutti, cioè che il calcio italiano vuole davvero aiutare il movimento femminile ad emergere. Eppure non mi sento neanche di colpevolizzare quelle società che, calcolatrice alla mano, si sono rese conto che non giocare sarebbe stato sicuramente più “redditizio” dal punto di vista sportivo, visto che la Figc aveva già fatto intendere che in caso di mancata ripresa sarebbe stato utilizzato il famoso algoritmo per stilare le classifiche.

Alla fine, come si dice, “Aiutati che Dio ti aiuta”; oppure “Mors tua, vita mea”. E così infatti è stato. Nessuno, o perlomeno la maggioranza dei presidenti, è andato al di là del proprio naso o del proprio vantaggio esclusivo nel breve termine. Invece di capire che giocare sarebbe stata la scelta migliore sotto il profilo dell’immagine, degli sponsor e del pubblico televisivo.

Senza dimenticare il fatto che la Figc si sarebbe assunta i costi per il rispetto del protocollo emergenziale. Particolare indubbiamente da non sottovalutare visto che gran parte delle riserve (espresse anche dal sottoscritto) erano proprio relative a come le “piccole” società avrebbero potuto far fronte ai costi enormi derivanti dal dover fare test, tamponi e disinfezioni a tappeto.

Il vero harakiri però è delle calciatrici

E se quella assunta dalle società, benché criticabile perché eccessivamente personalistica può essere per certi versi comprensibile, la presa di posizione delle calciatrici è stata al limite del cervellotico.
Il loro sindacalismo spinto ha prodotto un autogol di dimensioni epiche, imponderabili. Sotto lo slogan (per carità dignitosissimo e legittimo) ormai trito e ritrito della richiesta del riconoscimento dello status di professioniste è stato fatto passare il concetto che la ripresa non era possibile. Cosa c’entra l’una con l’altra cosa? In questo preciso momento, che differenza avrebbe fatto lo status contrattuale delle giocatrici con la ripresa o meno del campionato? Nel comunicato pubblicato sul sito dell’Associazione Calciatori si legge: “Siamo consapevoli che potrebbe essere per noi un’opportunità riprendere, ma crediamo anche che l’opportunità vera emersa in questi mesi, o forse una necessità non più procrastinabile, sia quella di spingere verso l’alto questo sistema, facendolo crescere e mettendo le giuste basi per elevarci come calciatrici, assieme ai nostri club e alla nostra federazione, per dare sostanza e risorse vere a questo pezzo di calcio che già a livello d’immagine è nel cuore di molti”.

Professionismo femminile: c’è una legge che lo vieta

Quindi riprendere è un’opportunità ma noi invece preferiamo salire sull’Aventino e rivendicare diritti e tutele? Questo è il modo per far crescere il calcio femminile? Nascondendosi? Non avete considerato neanche per un attimo il fatto che la Federazione ha cercato in tutti i modi di equipararvi almeno “di facciata” ai professionisti maschi aspettando così tanto tempo? E, ribadisco, offrendosi di sostenere le spese per il rispetto del protocollo sanitario? Sapete anche che, al di là delle singole (e meritorie) iniziative da parte delle società, per avere di fatto lo status da professioniste c’è da abrogare o modificare una legge dello Stato, la 91/81? E che di certo non può farlo il Consiglio federale o il Consiglio Nazionale del Coni ma il Parlamento della Repubblica Italiana, con tutte le lungaggini che ne consegue?

Calcio femminile fermo al palo: un’occasione sprecata

Come se non giocare queste sei partite potesse, chissà per quale strano ragionamento inverso, magicamente porre le luci della ribalta sul problema del professionismo femminile e innescare chissà quale confronto: in questo periodo, secondo voi, la priorità di un Governo (e del Parlamento) alle prese con una crisi economica e produttiva senza precedenti ha tempo (o voglia) di occuparsi della legge sul professionismo sportivo? Non c’è bisogno che vi risponda.
Invece care ragazze, ancora una volta, queste luci saranno solo per gli uomini. E per voi, lo dico a malincuore, purtroppo credo che faranno molta fatica ad accendersi di nuovo.

La Nazionale: croce o delizia?

Perché, e questo lo dico con grande timore, così come le “Ragazze Mondiali” hanno portato una notorietà e un’attenzione senza precedenti all’intero movimento femminile, possono sempre portarlo via. Non dimentichiamoci che la Uefa ha già fissato le date per le partite, decisive, di qualificazione al prossimo Europeo. E rischiamo di arrivare alle sfide con Israele e Bosnia (a metà settembre) senza neanche una partita di campionato nelle gambe da marzo. Immaginate, e speriamo che resti solo immaginazione, se dovessimo fallire la qualificazione: sarebbe un disastro totale che si ripercuoterebbe inevitabilmente su tutto il resto.
Siamo certi, allora, che rifiutarsi di giocare sei partite di campionato sia per il bene del movimento del calcio femminile italiano e delle calciatrici?