25/09/2022

Calcio Femminile: accordi economici e criticità

diritto sportivo

La pandemia ha frenato la battaglia per le riforme nel calcio femminile

Mentre al di là dell’Oceano le calciatrici Americane perdono la prima battaglia giudiziale avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno per violazione della parità di genere derivante dalla diversa entità del premio riconosciuto loro per la duplice vittoria ai mondiali rispetto ai colleghi maschi (che a quel risultato non si sono mai neanche lontanamente avvicinati), in Italia, con i campionati di calcio femminile sospesi, sembrano lontane le battaglie e le polemiche per il riconoscimento come professioniste.

Professionismo nel calcio femminile: questione “nominale” o di tutele?

Il punto non sta tanto nella definizione formale di “diventare professionisti”, qualificazione che potrebbe anche rivelarsi, per le attuali norme vigenti, un “boomerang” poiché il movimento del calcio femminile, per quanto in espansione, sconta un retaggio culturale che lo priva di tesserate e del necessario volano economico, quanto, piuttosto, nella necessità di trovare una giusta tutela sia a quelle atlete (ed anche atleti) che svolgono in maniera esclusiva attività sportiva agonistica sia alle società che li vincolano.

I contratti nel calcio femminile

Attualmente, il rapporto delle calciatrici (ed allenatori tesserati) con le società che disputano campionati Nazionali di Serie A e B della divisione Calcio Femminile è regolato, a norma dell’art. 94 quinquies NOIF, attraverso la sottoscrizione di accordi economici.
Tali accordi possono essere annuali o pluriennali, per una durata massima di tre stagioni, e sono volti a regolamentare il rapporto tra prestazione sportiva e “compenso” economico, con la previsione di una soglia annuale pari ad € 30.658,00 lordi, a cui si può aggiungere una somma a titolo di indennità di trasferta, rimborsi spese ecc., che, in osservanza del comma 7 del predetto articolo delle NOIF, non può superare l’importo di € 61,97 al giorno, per un massimo di 5 giorni settimanali durante il campionato ed un massimo di 45 giorni nella fase di preparazione.

Nel caso di sottoscrizione di accordi pluriennali è prevista la possibilità di inserire una ulteriore indennità che, però, deve essere inserita nell’accordo economico.
Gli accordi economici, redatti su moduli forniti dalla Federazione, devono essere sottoscritti dalle parti in triplice copia e devono essere depositati, a cura della società, contestualmente alla richiesta di tesseramento e, in ogni caso, entro 30 giorni dalla sottoscrizione.

L’efficacia di tali accordi cessa nel caso in cui la calciatrice, nel corso della stagione sportiva, sia trasferita a titolo definitivo o temporaneo.
Sono, inoltre, vietati eventuali ulteriori accordi volti ad eludere quanto previsto dall’art. 94 quinquies e, se sottoscritti, sono da considerarsi nulli e privi di ogni efficacia.

In caso di inadempimento degli accordi economici è possibile adire la CAEF – Commissione Accordi Economici per il Calcio Femminile –, entro la stagione successiva, a mezzo reclamo, ai sensi dell’art. 94 sexies NOIF, purché si fornisca prova della pretesa azionata.
Gli accordi economici e la relativa Commissione sono stati istituiti per tutelare calciatrici e allenatori tesserati ma nel sistema attuale esiste una lacuna per quanto riguarda la tutela delle società.

Le difficoltà con le giocatrici straniere

Nel calcio femminile, infatti, il rapporto tra società e calciatrici è regolato sulla base del vincolo sportivo, mentre i rapporti economici sono regolati sulla base del predetto accordo economico. Nella realtà, molto spesso, le società si avvalgono di giocatrici straniere che, dopo qualche mese trascorso in Italia, chiedono, spesso nella finestra di Gennaio, nel pieno della stagione sportiva e del campionato, di essere trasferite a Federazioni estere nelle quali sono riconosciute come “professioniste”. In tali casi, le società italiane non hanno le giuste tutele per opporsi alle richieste di trasferimento poiché a livello internazionale non esiste il vincolo sportivo ma solo il vincolo contrattuale; pertanto, non essendoci contratto ma “accordo economico” non possono richiedere alla calciatrice il giusto adempimento o, quanto meno, una responsabilità per mancato adempimento. Questa situazione genera incertezza per quanto riguarda l’assetto della squadra e la continuità dell’attività formativa della rosa.

Pertanto, piuttosto che fossilizzarsi sulla denominazione di “professioniste” sarebbe forse più utile trovare una forma che possa tutelare non solo le calciatrici ma anche le società e, di conseguenza, tutto il sistema legato al calcio femminile, garantendo stabilità sia a chi investe sia a chi svolge attività sportiva.

a cura dell’avv.Jennyfer Bevilacqua
Componente del Comitato editoriale della Rivista telematica Dirittosportivo.comwww.dirittosportivo.com
e-mail: j.bevilacqua@dirittosportivo.com

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