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Il calcio femminile in Italia sta vedendo sprazzi di luce solo negli ultimi tempi: la recente riforma della FIGC ha finalmente posto in evidenza la disciplina, andando ad “imporre” ai club professionistici maschili investimenti mirati alla crescita di una propria compagine femminile, a partire dai settori giovanili. Ed è proprio qui che vale la pena fermarsi per una riflessione: come mai finora il Bel Paese non ha visto, se non in pochi casi isolati, giocatrici in grado di affermarsi a livello internazionale? Come mai sono così poche le ragazze che giocano a calcio in Italia?

Alla prima domanda segue una risposta semplicissima: perché manca un’adeguata presenza nelle scuole calcio e, quindi, una formazione specifica propedeutica che, al contrario, contraddistingue i ragazzi che arrivano al professionismo. La seconda domanda è una diretta conseguenza della prima, perché, mancando di base una cultura della disciplina, vengono meno le richieste di iscrizione alle scuole calcio da parte delle ragazzine che finiscono per avvicinarsi all’attività agonistica solo in età avanzata.

Analizzando la questione dal punto di vista tecnico, quali sono i motivi per cui il livello del calcio femminile in Italia, almeno fino al recente passato, resta dilettantistico e ancora lontano da quello di altri paesi, come Germania, Spagna, Francia e Usa, tanto per citarne alcuni?

Anche qui si può tirare in ballo il problema numerico della scuola calcio: se una ragazzina si avvicina alla disciplina in età avanzata (spesso dopo i 14 anni), vuol dire che non ha una preparazione tecnica e coordinativa di base che nel calcio significa molto. Al contrario, i maschi iniziano a giocare già a 6/7 anni e possono contare su un percorso propedeutico che li aiuta a crescere dal punto di vista della personalità, della coordinazione, della tecnica di base e della tattica, rispettando tempi e modi fisiologici. Ed è qui che si riscontra la differenza più importante tra il calcio maschile e quello femminile in Italia.

Se consideriamo che la maggior parte delle giocatrici italiane dei principali campionati nazionali non viene da un percorso formativo adeguato, riusciamo a capire come mai c’è ancora un gap importante rispetto ad altre realtà internazionali che vantano campionati addirittura professionistici femminili.

Tuttavia, conoscendo la natura del problema, è possibile affrontare la situazione attraverso il lavoro quotidiano: è consigliabile per un tecnico di una prima squadra prevedere un percorso allenante che abbia nella sua programmazione una consistente presenza di esercizi di tecnica individuale e di coordinazione. Infatti, mancando spesso le basi, un certo miglioramento dal punto di vista tecnico si può ottenere con la costanza e la ripetitività (in forma progressiva) degli esercizi, mentre le capacità coordinative rappresentano un ostacolo più importante, ma i cui dettagli possono essere limati attraverso determinati step di lavoro.

Nel dilettantismo, però, ci si trova spesso a combattere con la variabile del tempo: in alcune realtà si hanno a disposizione solo due sedute settimanali, in altre se ne hanno tre, per cui è difficile trovare la possibilità di inserire nella programmazione del lavoro spazi specifici per tecnica individuale e coordinazione. In soccorso alla problematica, fortunatamente, vengono alcune esercitazioni tattiche che al loro interno aiutano a migliorare anche aspetti tecnico-coordinativi, in modo da ottimizzare i tempi della seduta in relazione agli obiettivi da raggiungere, senza tralasciare nulla. Nelle prossime settimane andremo ad analizzare nel dettaglio di alcune di esse.