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Alveare

L’impresa della Nazionale italiana che dopo 20 anni è riuscita a strappare il “passi” per il Mondiale probabilmente rappresenterà la scintilla che farà definitivamente (speriamo) esplodere il calcio femminile in Italia. Ma quella è la punta dell’iceberg: Girelli, Bonansea, Rosucci, Gama sono le “big”, l’eccellenza del nostro movimento. Cosa c’è stato (e cosa c’è ancora) invece sotto di loro in pochi lo conoscono.

La parola d’ordine è: sacrificio

Esatto. E tutte, dalla piccolina che si affaccia al calcio femminile fino alla pluricampionessa italiana sanno di cosa si parla: allenamenti la sera anche d’inverno, rimborsi minimi (se non inesistenti), riconoscimenti neanche a parlarne. Solo e unicamente la passione le spinge a proseguire. E finalmente qualcuno ha deciso di mostrare a tutti che faccia hanno il sacrificio e la passione quando vestono un pantaloncino e mettono su un paio di scarpette da calcio.

“Alveare”, un racconto di sudore, sacrificio, passione, lividi e un pallone

Isabella Sommati (al termine dell’intervista pubblichiamo una sua breve biografia), artista e fotografa livornese trapiantata a Milano ha deciso di seguire per un lungo periodo una squadra del campionato CSI Eccellenza di Milano, la Alveare appunto. Il risultato di questo suo lungo lavoro è stato mostrato nelle scorse settimane nella bella cornice della libreria “Gogol&Company” di via Savona 101 a Milano. Abbiamo voluto intervistare la creatrice per sapere prima di tutto cosa l’ha spinta ad intraprendere questo progetto e discutere poi sulla condizione della donna moderna di oggi che vuole dedicarsi allo sport

– Intanto l’idea: perché raccontare il calcio femminile e perché farlo dal “dietro le quinte”, cioè tutto quello che gira intorno alla partita e non solo quello che succede sul campo?

In Italia per “calcio” si intende principalmente quello maschile, è lo sport nazionale più pubblicizzato e soprattutto sponsorizzato. La stessa FIGC non incentiva la pratica di questo sport al femminile, mancano i finanziamenti alle scuole calcistiche per giovani allieve. Per questo secondo me il calcio femminile ha una missione in più, oltre a quello della partecipazione e della vittoria, ed è il consolidamento della sua realtà. Spesso nei miei lavori fotografici cerco di raccontare l’universo della donna, perché è il primo passo per conoscere meglio me stessa. Così nel maggio 2016 ho cominciato a fotografare la squadra Alveare, iscritta al campionato CSI eccellenza di Milano. Il lavoro è incentrato sul“backstage” fatto di allenamenti e spogliatoio perché l’obiettivo era raccontare la tensione prima dell’incontro, gli scherzi, l’amicizia, la  femminilità. In campo la determinazione sportiva è la protagonista, dietro le quinte invece ci sono momenti di perplessità, i riccioli cadono dal capo chino e pensieroso. Segni di sbucciature sulle ginocchia, tatuaggi che si mescolano negli abbracci, schiene nude e braccia strette al corpo per coprire la propria nudità: si litiga, si ride, si fatica,e finalmente si gioca. E’ un racconto sul significato che questo sport ha per la donna sportiva, il valore di solidarietà anche solamente nel gioire per un goal fatto o piangerne uno subito, semplicemente per divertirsi, per stare insieme, ed è un ritratto della sua femminilità malgrado gli stereotipi.

– Ha mostrato, tramite l’obiettivo di una macchina fotografica, le protagoniste di una squadra del campionato CSI, la Alveare Milano: che storie ha visto?

Le giocatrici di Alveare hanno differenti età, come differenti sono gli interessi, lo studio, il lavoro. Attraverso l’obiettivo ho visto tante micro realtà, ognuna con una sua peculiarità, ho ascoltato le loro storie quotidiane, ero testimone delle loro abitudini, racconti di vita al femminile fatta di soddisfazioni e delusioni, ma anche di vanità e civetteria. C’è chi studia, chi lavora, chi insegna, chi sogna e chi si innamora. Dietro ad ogni numero in campo c’è un nome, ma anche un soprannome, Fisio, Il Capitano, Falco, Miss Tono, Za, Macco, insomma un alvearecon tante api regine.

– Le ragazze sono state entusiaste del progetto? Come hanno reagito? Qualcuna non ha voluto prestarsi?

Il mio interlocutore ad inizio progetto è stata Gaia. Ci siamo sentite telefonicamente, era perplessa, ma incuriosita ha proposto il mio progetto alla squadra.Quando si affronta un reportage a stretto contatto con persone occorre presentarsi in punta di piedi, non scattare sempre, osservare, l’importante è entrare in contatto con il soggetto, instaurare un rapporto di fiducia. Questo modo di porsi permette di costruire un racconto più intimo, più naturale, ed era quello che io volevo. Durante i primi incontri infatti non ho realizzato molte foto, ero un’estranea che stava invadendo la privacy del gruppo. Dopo qualche settimana le ragazze agivano nello spogliatoio e nel campo come se non fossi presente. Alcune erano più estroverse, altre più riservate, ma tutte mi hanno fatto sentire parte della squadra, tesseramento incluso!  A fine progetto ho realizzato una mostra e un libro illustrativo del reportage, e direi che sì, erano molto soddisfatte del lavoro, c’è stata una bella festa all’esposizione presso la Gogol&Company, a Milano.

– La scelta del bianco e nero

Solitamente scatto in b/n, perché lo sento più affine alla mia personalità. Mimmo Jodice dice «io porto dentro una mia sofferenza, una mia inquietudine che con il colore diventa più realtà, e io devo rimanere sempre a cavallo tra l’immaginazione, il sogno, la speranza». Anche il calcio nasconde un’inquietudine, è sacrificio, soprattutto quando a livello dilettantistico gli allenamenti si svolgono la sera dopo lavoro, è tensione, il calcio è anche immaginazione, schemi, tattiche, inventiva, è la speranza che questa passione permetta di vincere sia sul campo che nella vita. Non so dire se sia stata giusta coma scelta stilistica, ma credo che il colore avrebbe condotto l’osservatore a un’interpretazioni diversa da quello che desideravo. La neutralità del bianco e nero azzera molti particolari e focalizza maggiormente l’attenzione sul soggetto.

– Uno dei grandi pregiudizi in Italia verso il calcio declinato al femminile è che non sia uno sport da donne, quando invece negli USA per esempio, il “Soccer” si è sviluppato molto più e prima per le donne rispetto agli uomini. Perché secondo lei? Fa parte di una forse neanche troppo nascosta e latente “cultura maschilista-machista” difficile da sradicare qui in Italia?

Credo fermamente che l’Italia sia maschilista e patriarcale ma spero anche di essere smentita quanto prima. A oggi la cronaca purtroppo conferma questa mia convinzione. Il calcio italiano ai suoi livelli più alti ha mostrato tutti i suoi limiti sotto questo punto di vista. Frasi vergognose sono state dette riguardo le calciatrici, donne che praticano con passione e sacrificio questo sport a livello dilettantistico, spesso finanziandosi le attività, mentre all’estero è giocato a livello professionale, remunerato economicamente e riconosciuto pienamente da parte degli organi sportivi. Purtroppo talvolta il genitore stesso contribuisce a ostacolare l’affermazione di questa realtà, perché impediscono alle proprie figlie di seguire la passione di giocare a calcio per stupiti pregiudizi.  Sono madre di un’adolescente e combatterò sempre affinché lei possa essere libera di decidere e di agire secondo il suo desiderio, sempre nel rispetto delle comunità. In Italia purtroppo il calcio è ancora uno sport maschile. Spero che la bella avventura della squadra nazionale femminile permetta di investire maggior denaro ed energia per migliorare gli standard in termini quantitativi e qualitativi e rilanciare il movimento calcistico femminile.

– La donna che si emancipa, fa sport e si afferma fa ancora paura?

Credo che la donna che afferma le sue capacità, nell’ambito sportivo, lavorativo o artistico, possa creare rancore e rivalità, più che paura. L’emancipazione è solo ricchezza per la società, ma genera malessere e acrimonia nelle persone illetterate, senza distinzione di sesso. La nostra emancipazione potrà avvenire solo se alla base ci sarà la solidarietà e la complicità tra noi donne. Ho seguito la squadra per circa un anno e mezzo, non costantemente ma abbastanza per affermare che il desiderio delle giocatrici è la possibilità di avere le stesse prerogative dei colleghi maschi. Milena Bertolini, l’attuale allenatrice della nazionale calcistica femminile, afferma che «prima ancora di chiedere una parità a livello economico chiederei l’opportunità di essere messe nelle condizioni di poter chiamare questa attività “lavoro”».

Perché amano il calcio, forse è l’amore che fa paura…

– Grazie per la testimonianza e per le bellissime foto

Grazie a voi per l’intervista.

Isabella Sommati, biografia

Alveare - Isabella Sommati

Livornese di nascita, conseguita la maturità artistica, decido di vivere a Firenze per diplomarmi in Graphic Design. La passione per l’immagine e la comunicazione mi indurranno a spostarmi a Milano, città dove attualmente risiedo, svolgendo il lavoro di art director per clienti del mondo della moda e del design. Dopo aver visionato foto per anni, comincio a fotografare e fotografarmi, cominciando un percorso di ricerca e di conoscenza del proprio Io.Attraverso la fotografia cerco di raccontare il mio mondo di cui sono consenzientemente prigioniera, trovando così una comunicazione con il reale, che spesso risulta difficile causa la mia introversione. L’elemento “acqua” è spesso presente nei miei scatti, sotto forma di pioggia, lacrime o semplici piscine comunali: l’acqua pulisce, lenisce oppure ingoia diventando l’unica via di fuga. Il significato della fotografia per me è racchiuso in una frase di Michael Ackerman: “Cerco di sfuggire alle trappole della realtà, conservando però un legame con il reale. Perché le immagini non sono invenzioni ma punti di incontro”.

sito: www.isabellasommati.com

instagram: isabellasommati