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Alessandro Crestani si è buttato nell’avventura del calcio in rosa. Al fianco del tecnico gialloblù Simone Bragantini sta avendo l’opportunità di conoscere meglio il campo femminile e, come con i suoi alunni a scuola, cerca di trasmettere la sua passione e le sue conoscenze anche in campo.

Questa è la sua prima esperienza nel calcio femminile: come sì sta trovando e cosa le sta lasciando questa avventura?

«Mi aspettavo qualcosa di completamente diverso. Mi trovo veramente bene, ho scoperto un mondo molto interessante. L’anno scorso, mentre frequentavo il corso UEFA B, ho sentito parlare Nazarena Grilli, allenatrice della Nazionale under 16; parlando di calcio femminile ha detto che le calciatrici ti danno qualcosa in più dei calciatori se riesci a fare breccia nei loro cuori e nelle loro teste. Se si riesce a trasmettere loro qualcosa, ti ripagano. Lei mi ha convinto a provare questa esperienza e tutte le cose positive che mi ha detto le ho effettivamente ritrovate. Ho trovato ragazze molto disponibili, con tanta voglia di imparare, ragazze che fanno sacrifici».

Che allenatore è Simone e com’è lavorare al suo fianco?

«Simone è un allenatore molto preparato. Da lui ho tanto da imparare. È bravissimo anche sotto l’aspetto umano, non solamente sotto quello tecnico, perché ha sempre una parola per i singoli. Crea il gruppo, lavora con bene con le ragazze ma anche con lo staff, fa sentire tutti importanti. È molto attento ai dettagli, che sono quelli che poi fanno la vera differenza. Sono molto contento di essere con lui perché mi sto arricchendo sotto tutti gli aspetti, anche nei rapporti umani. Un allenatore deve capire che non ha a che fare con delle macchine, ma con delle persone, e Simone in questo è molto competente».

Ha avuto molte esperienze nel calcio maschile: nota differenze tra campo maschile e femminile?

«Ci sono pochissime differenze. Ovvio, una calciatrice ha meno forza fisica e meno velocità rispetto a un calciatore ma, per quanto riguarda l’aspetto tecnico, non vedo differenze. Vedo che alcune ragazze fanno certe cose col pallone tra i piedi che io, quando giocavo, non sapevo fare. A livello umano credevo fosse più difficile gestire uno spogliatoio femminile, ma poi ho scoperto che non è così, anzi. Devo dire che tanti meriti li ha Simone, perché da subito si è dimostrato bravo nella gestione del gruppo e ha contribuito a creare una solida alchimia tra le ragazze. Il gruppo è unito, quasi tutte le giocatrici si conoscono da tempo e le ultime arrivate si sono inserite in maniera perfetta, perché hanno portato ancora più entusiasmo e voglia di fare».

Quali sono i compiti che il tecnico le chiede di svolgere?

«Inizialmente ero spaventato perché so che molti allenatori non considerano più di tanto i loro secondi, ma lui ci tiene a coinvolgere i suoi collaboratori; noi ci confrontiamo sempre su tutto. C’è uno scambio di idee e opinioni sempre costante, ci tiene a sapere sempre cosa penso, mi chiede di elaborare esercizi volti a migliorare la fase offensiva, dato che lui preferisce lavorare su quella difensiva. Dà molta soddisfazione perché vuole sapere da me se le sue idee si possano migliorare o no.  Anche durante la partita mi consulta sui cambi da fare, sugli spostamenti e su tutto ciò che riguarda la gara. Il nostro è un rapporto di continuo confronto, c’è molto rispetto tra noi, ci coinvolgiamo a vicenda e ci fidiamo l’uno dell’altro».

Oltre ad essere vice allenatore è insegnate: ci sono punti in comune tra insegnamento calcistico e scolastico?

«Insegno italiano, storia e geografia alle scuole medie. Nell’insegnare calcio e nell’insegnare materie scolastiche l’approccio è il medesimo, perché lo sport e la scuola sono metafore di vita. Sono convinto che sia fondamentale, in ognuno dei due campi, trasmettere conoscenze che si traducano poi in abilità pratiche utili a competere in ogni situazione. Bisogna fornire stimoli che inducano studenti e calciatori a volersi migliorare sempre, a pensare in maniera matura e, di conseguenza, ad agire bene nella vita».

Cosa significa per lei insegnare, trasmettere qualcosa?

«Non ho sempre voluto insegnare, ma ho sempre desiderato allenare.  A sedici anni mi piaceva seguire le squadre di bambini, quindi ho sempre avuto questa predisposizione.  Quando insegni qualcosa hai un ritorno immenso, impagabile. Ho alunni che mi scrivono a distanza di anni, si ricordano cose che ho trasmesso loro e che ancora oggi gli sono utili per risolvere situazioni problematiche. Il calcio non è poi così diverso:  quando vedi che dopo un allenamento un ragazzo torna a casa felice, oppure che non vede l’ora di iniziare, capisci che sei sulla strada giusta. Cerco sempre di gratificare tutti, sia in campo sia a scuola; l’unica cosa che chiedo è massimo impegno. Voglio che le lezioni e gli allenamenti non siano un peso, ma un divertimento».

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